Skip to main content

"25 APRILE" MONSANO

La ballata del 25 aprile

Dicevo in ogni giorno, in ogni mese:
«Verrà verrà l’aprile, quel cortese
d’aprile, le campagne del maggese
dal duro della zolla avranno i fiori».
Io credevo a quel cielo, a quei colori
della speranza, ed era un metter fuori
le parole taciute in tutti i cuori,
un respirare l’aria con gli odori
della terra, vedere gli occhi – i chiari
occhi dei vivi – accendersi nel nome
delle cose chiamate a dirle vere:
la sedia, il pane, l’acqua, il vino, come
nel primo giorno, nelle prime sere.

E per la libertà chiedevo ai mari
la parola del vento che precorre
le sue distanze, il brivido che corre
sull’acqua, l’orizzonte della torre
che oltre il vedere sembra di vedere
bianca nel bianco delle sue scogliere.

E dell’amore dentro me scaldavo
la tenerezza come un figlio, il fiato
dell’umana temperie. «Tornerà
– dicevo – tornerà da questo scavo
di silenzi e di gelo il soleggiato
cammino della terra, la parola
dell’uomo solo non sarà più sola».

Credevo – con il corpo – come il seme
sotto la neve nel germoglio preme
la lieve scorza e sente tutta insieme
la terra che s’appiglia al filo d’erba.
L’Italia vecchia s’era fatta acerba.

La libertà per giungere all’aperto
delle sue piazze, nel clamore incerto
che udivo come in sogno alzare Roma,
era – a sognarla – da lontano come
lo stupore di vivere a chi vede

la prima volta muovere il suo piede.
Quando sarebbe giunta a noi? Milano
era in un lungo inverno dal lontano
settembre: dall’estate di Loreto
di giorno in giorno chiusa nel divieto
delle sue strade in mezzo alla pianura.

Uscì la primavera dall’oscura
notte d’aprile e rivedemmo il giorno.
In Piazza Tricolore, tutti intorno
alla vecchia bandiera, i patrioti
– popolani ragazzi visi ignoti –
uscivano dai libri delle scuole,
dalle Cinque Giornate incontro al sole
della mattina, incontro agli operai.

Era la libertà che non fu mai
così vera, decisa. Dal suo lutto
che in ogni casa ricordava il vuoto
dei morti, degli assenti nell’ignoto
viaggio verso i lager, con tutto
il suo pianto segreto, il duro strazio
di non sapere, confermava l’uomo

umano nel suo vivere lo spazio,
della misura che l’accoglie: voce
di sé per tutti in ogni voce, duomo,
casa, fabbrica, scuola, amore, foce
del grande fiume verso la sorgente.

Era la libertà che non ha niente
e dà nome alle cose, tocca i vivi, l
i scuote a dirli vivi più dei vivi.
Ci toccavamo increduli, era vera
la terra, vero il cielo, e nella sera
da braccia a braccia passavamo stretti
nel ballo dietro i canti e gli organetti.

E per la libertà voglio che il mare
non abbia fine e che l’aprile sia
per tutti quella grande primavera
che noi vedemmo uscendo sulla via
con la falcata sempre più leggera,
correndo senza peso alla parola

dell’uomo solo che non è più sola:
Italia, patria senza monumento,
vita che vive, spazio, luce, vento.

Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976)

No video selected.